“Vivo la terra da sempre, e al di la degli strumenti che la ricerca tecnologica e scientifica ci danno oggi ho sempre pensato che debba essere la sensibilità a guidare il nostro lavoro.
Ho solo e sempre pensato di essere uno strumento utile a valorizzare la vocazione del luogo, prima di tutto, la terra e l’energia, le possibilità che dà la filiera in ogni territorio vengono prima di qualsiasi ego personale, siamo gli interpreti di uno spartito che è scritto nella terra, nel clima, nella pianta, nell’indole delle persone coinvolte.”
Nato nel 1960, in Valle d’Aosta, a Brusson, piccolo comune di mille abitanti, ai piedi del Monte Rosa. Cresciuto con lo sfondo delle montagne alpine, subiva ben presto il fascino delle colline piemontesi. Infatti, la famiglia materna, originaria del Monferrato astigiano, conduceva una proprietà in cui i vigneti e la cantina giocavano un ruolo decisivo. Ogni anno alla fine della scuola Federico si trasferiva dalla nonna e si trasformava da studente ad agricoltore, aiutando gli zii sia nell’allevamento del bestiame sia nella conduzione dei vigneti fino alla vendemmia. Da li prende origine il germe della passione che lo porterà a studiare viticoltura e enologia e poi a entrare nell’affascinante mondo del vino.
Negli anni successivi, si diploma come Agrotecnico ad Asti, nella stessa scuola che negli anni successivi lo vedrà prima come aiuto tecnico e poi come insegnante part-time.
Nel 1983 la svolta e l’immersione definitiva nella professione viticola ed enologica. A luglio incontra Angelo Gaja, impegnato nella straordinaria sfida di portare il Barbaresco e la sua azienda ai livelli più alti possibili nella competizione internazionale per il raggiungimento della alta qualità dei vini.
Saranno quindici anni di lavoro alla velocità della luce, culminati con i massimi riconoscimenti per i vini da Parker, Wine Spectator, della critica e della stampa nazionale e internazionale, sul piano aziendale uno sviluppo della proprietà sia sulle colline di Barbaresco che della nuova realtà Barolo, la trasformazione graduale di una azienda che da proprietà contadina classica diventa a tutti gli effetti una realtà tecnica di primo piano.
Molti viaggi all’estero per approfondire, in quel periodo Bordeaux nel 84, Il Rodano e Chateaux neuf du Pape 85, California 86, Borgogna 87, Chablis e Alsazia nel 89, Reno e Mosella nel 91. Nel 1991 la summa delle esperienze emotive, all’interno delle manifestazioni del New York Wine Experience, nella Ball room del Marriott di Time Square, grande degustazione verticale per mille persone di Barbaresco Gaja delle annate 55, 61, 64, 71, 78, 82. Due ore di degustazione, standing ovation finale, 15 minuti di applausi.
Alla fine di una lunga e proficua esperienza, nel 1997, Federico lascia Barbaresco e inizia l’attività di libero professionista che continua a svilupparsi tuttora. Dapprima con Gianpiero Romana, in Piemonte, poi sviluppando il ramo agronomico di Matura, gruppo di tecnici che opera in tutta Italia e anche a livello internazionale. Nel 1999 e nel 2001 due serie di conferenze in Australia in collaborazione con Richard Smart, “the vine flying doctor” , unito a un lavoro di consulenza per il vivaismo locale.
A partire dal 2001 le collaborazioni in Italia e all’estero, si trasformano con gradualità da esclusivamente agronomiche ad enologiche, in quelle realtà in cui la dimensione e gli obiettivi di artigianato di qualità lo consentono. L’obiettivo è trasformare con coerenza gli sforzi produttivi fatti nel vigneto, in vini che sappiano utilizzare appieno gli elementi peculiari dei luoghi dove si coltiva.
Nel 2007 assieme a Roberto Silva e Silvia Maestrelli prende vita Tenuta di Fessina, piccola azienda sull’Etna, sviluppando così una viticoltura e un enologia coerenti al grande terroir etneo. E’ una sfida che raccoglie immediatamente consensi del pubblico e della critica. Numerosi e costanti riconoscimenti vengono assegnati ai due vini bandiera: “ Il Musmeci “ Etna Rosso e “A Puddara” Etna Bianco.
Nel 2015 lascia Tenuta di Fessina e produce le prime etichette che portano il proprio nome come viticoltore. Ananke Nero d’Avola, Gamma Carricante e Il Purgatorio Nerello Mascalese. Si aggiungono a questa produzione poche bottiglie di olio.
La Sicilia del vino è stata un approdo dopo un lungo viaggio. Amo la storia, la letteratura, l’arte. In Sicilia tutto questo si fonde nel quotidiano. Il fascino di una storia che si manifesta ogni giorno, con i visibili lasciti delle generazioni che si sono avvicendate nell’’isola, che vanno dai teatri dove i Greci antichi inventavano la tragedia, al Cretto di Burri di Gibellina . In sintesi l’anima dell’uomo che si erge sui guai del proprio vivere e trasuda poetica, senso artistico, bellezza.
La Sicilia del vino è arrivata tardi nella mia vita ero troppo distratto dalle mille cose che offre l’isola al viaggiatore.
E mi ha sorpreso…
I marsala Antichi, il Nero d’Avola straordinariamente affini ai caratteri dei Barbera che mi ha educato al sapore del vino, la profondità evocativa, così orientale, del Nerello e l’austerità del Carricante. Vini, vitigni e luoghi dalla immensa personalità.
La Sicilia è stata l’opportunità di poter interpretare un territorio, attraverso il tessuto dell’esperienza che ho elaborato in tutti questi anni di mestiere, una rilettura personale di un grande lavoro fatto da molti altri che mi hanno preceduto e che hanno indicato una strada.
La Sicilia possiede una molteplice varietà di suoli, climi e ambienti, che danno modo ai vitigni di esprimersi al meglio, conferendo carattere e personalità ai vini.
Nel “Manuale per il taglio dei vini” 1908, Nicola Ricciardelli (direttore della cantina sperimentale di Riposto). scrive a proposito dei vini siciliani:
“I vitigni coltivati in Sicilia sono poco numerosi e nelle diverse zone più produttive uno o due di essi costituiscono la base quasi unica della vinificazione: la vigna è ad alberello, nel maggior numero dei casi senza sostegno.
I vini tipici siciliani sono il MIlazzo, il Risposto, il Vittoria, il Siracusa, il Ribollito di Marsala fra i rossi e il Marsala, il Castellamare, l’Etna Bianco, la Malvasia di Lipari e i Moscati fra i bianchi. Sono dei tipi ben definiti e ben caratterizzati, molto conosciuti in commercio.
I vini bianchi dell’Etna presentano caratteri vari come i vini rossi della stessa località. In genere però sono dei vini bianchi di colore giallo chiaro o giallo verdognolo, limpidi, asciutti, tenui scorrevoli, gradevolmente profumati, specialmente quando invecchiano, molto ricercati sulle piazze austro-ungariche.”
Questa splendida sintesi di un secolo fa, definisce, molto bene il percorso di recupero che è attualmente in corso dell’identità dei territori siciliani. Un quadro che sembrava già essere molto ben definito fin da allora e che le vicissitudini dell’economia viticola dal dopoguerra ad oggi, hanno indirizzato verso una filogenesi del tutto nuova, ma che possiamo tranquillamente chiamare “riscoperta della vocazione”. Dopo gli anni della sfida attraverso l’introduzione dei nuovi vitigni, oggi ci troviamo ad indagare, con infinito piacere e risultati notevoli, vecchi territori e antichi vitigni che caratterizzano così bene l’isola nel profilo viticolo.
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Federico Curtaz
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